CHI SONO
Cose da cui mi tengo lontana (se posso): il sushi col polpo, quelli che ti fanno vedere le foto dei figli, i film doppiati, la coerenza, andare a correre, quelli che si bevono le bibite proteiche, quelli che ti dicono che non mangiano più zucchero da anni, quelli che fanno il “dry january”, quelli che dicono che non vengono perché non possono lasciare il cane da solo a casa, i life coach, quelli che fanno le call sul treno, quelli che da quando fanno la colazione salata gli è cambiata la vita, quelli che dicono “fidati”, quelli che su Instagram mettono le foto con scritto “van life”.
Cose che mi piacciono (senza gerarchia): il karaoke, il mare, gli abbracci, fare domande, la pizza al taglio, lo yoga, il gelato, girare scalza, l’umorismo cringe, i voli intercontinentali, le canne, le piante che sopravvivono anche se non gli dai l’acqua, i festival dove tutti si salutano, attribuire con sicurezza la ragione dei comportamenti delle persone ai loro segni zodiacali, i matrimoni della gente che non conosco, la pasta al sugo, le famiglie allargate, leggere sul treno, i programmi dove cantano.
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Da sempre mi occupo di narrazione e racconto trasformativo. Dopo un PhD a Cambridge sul ruolo di media, arte e cultura come strumenti di influenza internazionale e un periodo al The Economist Intelligence Unit, sono tornata in Italia dove ho collaborato con diverse testate, in particolare Repubblica, e insegnato a Roma Tre e al Sole24Ore.
Quattro anni fa ho co-fondato l’agenzia creativa Bla Studio, e lanciato Romadiffusa, un festival territoriale diffuso che oggi raccoglie oltre 80.000 persone.
Il primo blog l’ho aperto circa 10 anni fa, su una piattaforma obsoleta di cui non ricordo neanche il nome, poi un pezzo è andato virale e mi hanno proposto di ospitarlo sull’Huffpost. Esiste ancora, in realtà, ma ho smesso di scriverci da tempo perché l’Huffington post ha smesso di piacermi, ammesso che mi fosse mai piaciuto.
In realtà, negli ultimi anni ho scritto sempre meno per il pubblico, e non perché avessi un minor impulso a scrivere, chi scrive ne sentirà sempre il bisogno. È che mi sembrava ci fossero troppi scrittori e non sufficienti lettori.
Di fronte alla crescente ipertrofia di articoli, post, contenuti, ho cominciato a chiedermi se per tutte queste parole scritte, dette, buttate lì fuori esistesse ancora uno spazio di ascolto. Li chiamiamo “contenuti”, ma perché abbia senso parlare di contenuto dev’esserci un contenitore, un vuoto da riempire.
La disintermediazione ha dato a tutti l’illusione di avere un audience permanente, così scrivere è passato dall’essere una responsabilità, una competenza -che arriva gradualmente, con un percorso e passando attraverso dei filtri, delle mediazioni, una validazione, a diventare una sorta di automatismo: se si ha un’opinione, o un pensiero di qualsiasi tipo rispetto a qualcosa, la si butta fuori impulsivamente, senza approfondire, senza prima chiedersi cosa aggiunga al dibattito o se, perlomeno, sia qualcosa in cui crediamo realmente e non l’ennesimo tentativo di essere visti, di affermare al mondo che esistiamo.
Così, per qualche anno, mi sono fatta contenitore: ho letto il più possibile, ho cercato altre forme per comunicare. Romadiffusa è una di queste: Il territorio è diventato il media attraverso cui plasmare una narrazione diversa, la costruzione di comunità il mio rifugio. Abbiamo mostrato che si può fare il percorso inverso: partire dal territorio, dalla dimensione fisica, umana, e poi farsi community digitale.
Allora perché tornare a scrivere proprio adesso, che non c’è mai stata tanta ipertrofia di contenuti?
Un po’ perché ho la sensazione si sia aperto nuovamente un varco nel pubblico per uno spazio di pensiero che vada oltre la logica dell’algoritmo e del clickbait. Più ancora perché la distopia, qui la chiamo italiana, ma è globale, si basa sulla totale negazione di un piano di verità condiviso, o chiamiamolo buonsenso, per cui tutti siamo d’accordo, ad esempio, che il climate change esiste, ed è un problema, che non è ok invadere la Groenlandia, che l’aborto (nel 2026) non è in discussione, l’amore non è normabile, il consenso non negoziabile e l’identificazione essere umano/consumatore non è la sola via possibile.
Questa NL, riparte da qui.
Per iniziare:
LE LIBERTÀ CHE CI STANNO RUBANDO, SPIEGATE IN MODO SEMPLICE.
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